Señor presidente:
Me doy cuenta de que en estas horas estoy fuera del coro y también sé que a Usted mi opinión le importará un rábano. Pero me sale del alma decirle un rotundo “¡No!”, que extiendo a todos sus palmeros, estén donde estén.
No tengo dudas de que Osama Bin Laden ha hecho mucho daño, ha provocado mucho sufrimiento, ha hecho verter mucha sangre inocente. Pero, señor presidente, no me ha gustado nada su afirmación de que matando a Bin Laden "se ha hecho justicia". Y menos me gusta escuchar esas palabras en boca de un Nobel por la Paz, aunque en realidad sea un Nobel político, prematuro y conseguido sólo por "méritos mediáticos".
Claro que había que perseguir e intentar capturar a Bin Laden. Claro que era un objetivo de la justicia universal. Para detenerlo, juzgarlo, condenarlo, recluirlo en una cárcel. No para matarlo. Ni fuera de los cauces de la justicia ni tampoco por una determinación política o estratégica ajena a la imposición de una operación arriesgada, en la que podría caber la necesidad de disparar y defenderse hasta matar. Pero, repito, en cualquier caso sin vanagloriarse de que matando se ha hecho justicia.
Me ha dado lástima ese gentío exultante, sobre todo jóvenes, que en las calles de su país celebran la muerte de Bin Laden. Pero claro, estamos hablando de una juventud que ha mamado el derecho inviolable de poseer armas, que ha visto con demasiada frecuencia eso de primero disparar y luego preguntar, que convive con el asesinato de estado, esa inhumana venganza social que es la pena de muerte.
Con estas premisas y con esa afirmación de que se ha hecho justicia, señor presidente, no es Usted de los míos. Mejor dicho, yo no soy ni podré ser de los suyos. Y hoy me siento más europeo que nunca. Porque aquí, con todos nuestros defectos e incongruencias, algunos valores, aun sin ser unánimes, sí que están bien instalados en la conciencia común. Y el de la venganza, de la "justicia" expeditiva, no tiene carnet de residencia. Porque la vida humana siempre es inviolable y, además, porque sabemos que la muerte violenta de un ser humano siempre es un fracaso de la humanidad.
Ya sé que estas líneas ni le importan a usted ni mueven o cambian nada. A mí sí que me preocupa que a Usted no le importe, sobre todo por el poder que Usted ejerce. Pero hay momentos en los que reconforta estar fuera del coro y siento un gran alivio reafirmando mi instalación inamovible en el disenso.
Esto no obsta para que le envíe mis saludos.
Atentamente.
Josto Maffeo
Signor presidente,
Mi rendo conto che in queste ore mi trovo fuori dal coro e so pure che a Lei la mia opinione interesserà ben poco. Sento la necessità, comunque, di dirle un secco “No!”, che estendo a chi, un po’ ovunque, La applaude.
Non ho dubbi. Osama Bin Laden ha arrecato molto danno, ha provocato molte sofferenze, ha fatto versare molto sangue innocente. Non mi è pero piaciuta, signor presidente, la sua affermazione: uccidendo Bin Laden “si è fatta giustizia”. Meno ancora mi è piaciuto ascoltare quelle parole in bocca di un Nobel per la Pace, anche se in realtà si tratta di un Nobel prematuro e ottenuto solo per “meriti mediatici”.
È chiaro che si doveva ricercare e tentare di catturare Bin Laden. È chiaro che si trattava di un obiettivo della giustizia universale. Per arrestarlo, giudicarlo, condannarlo e recluderlo in carcere. Non per ucciderlo. Né fuori dei margini della giustizia, né per una determinazione politica o strategica estranea alle imposizioni di un’operazione rischiosa nel corso della quale era prevedibile la necessità di sparare e difendersi fino a uccidere.
Ho provato pena per quella gente esultante, soprattutto giovani, che per le strade del suo paese celebrano la morte di Bin Laden. Già, ma stiamo parlando di una gioventù che è stata allattata con il diritto inviolabile di possedere armi, che ha visto con troppa frequenza che prima si spara e pois si domanda, che convive con l’assassinio di stato, quell’inumana vendetta sociale che è la pena di morte.
Con queste premesse e con quest’affermazione che si è fatta giustizia, signor presidente, Lei non è dei miei. O meglio, io non sono e non potrò essere mai dei suoi. E oggi mi sento più europeo che mai perché qui, con tutti i nostri difetti e contraddizioni, alcuni valori, anche se non proprio unanimi, sono ben installati nella coscienza comune. E la vendetta, la “giustizia” sommaria, non ha certificato di residenza. Perché la vita umana è sempre inviolabile e, inoltre, perché sappiamo che la morte violenta di un essere umano è sempre un fallimento dell’Umanità.
So bene che queste righe a Lei non importano e so pure che non cambieranno un bel niente. A me, invece, preoccupa che a Lei non importino, soprattutto per il potere che Lei detiene. Ci sono, però, momenti in cui conforta stare fuori dal coro e provo un grande sollievo riaffermando la mia ubicazione nel dissenso.
Tutto ciò non impedisce che Le invii i miei saluti.
Josto Maffeo
Mi rendo conto che in queste ore mi trovo fuori dal coro e so pure che a Lei la mia opinione interesserà ben poco. Sento la necessità, comunque, di dirle un secco “No!”, che estendo a chi, un po’ ovunque, La applaude.
Non ho dubbi. Osama Bin Laden ha arrecato molto danno, ha provocato molte sofferenze, ha fatto versare molto sangue innocente. Non mi è pero piaciuta, signor presidente, la sua affermazione: uccidendo Bin Laden “si è fatta giustizia”. Meno ancora mi è piaciuto ascoltare quelle parole in bocca di un Nobel per la Pace, anche se in realtà si tratta di un Nobel prematuro e ottenuto solo per “meriti mediatici”.
È chiaro che si doveva ricercare e tentare di catturare Bin Laden. È chiaro che si trattava di un obiettivo della giustizia universale. Per arrestarlo, giudicarlo, condannarlo e recluderlo in carcere. Non per ucciderlo. Né fuori dei margini della giustizia, né per una determinazione politica o strategica estranea alle imposizioni di un’operazione rischiosa nel corso della quale era prevedibile la necessità di sparare e difendersi fino a uccidere.
Ho provato pena per quella gente esultante, soprattutto giovani, che per le strade del suo paese celebrano la morte di Bin Laden. Già, ma stiamo parlando di una gioventù che è stata allattata con il diritto inviolabile di possedere armi, che ha visto con troppa frequenza che prima si spara e pois si domanda, che convive con l’assassinio di stato, quell’inumana vendetta sociale che è la pena di morte.
Con queste premesse e con quest’affermazione che si è fatta giustizia, signor presidente, Lei non è dei miei. O meglio, io non sono e non potrò essere mai dei suoi. E oggi mi sento più europeo che mai perché qui, con tutti i nostri difetti e contraddizioni, alcuni valori, anche se non proprio unanimi, sono ben installati nella coscienza comune. E la vendetta, la “giustizia” sommaria, non ha certificato di residenza. Perché la vita umana è sempre inviolabile e, inoltre, perché sappiamo che la morte violenta di un essere umano è sempre un fallimento dell’Umanità.
So bene che queste righe a Lei non importano e so pure che non cambieranno un bel niente. A me, invece, preoccupa che a Lei non importino, soprattutto per il potere che Lei detiene. Ci sono, però, momenti in cui conforta stare fuori dal coro e provo un grande sollievo riaffermando la mia ubicazione nel dissenso.
Tutto ciò non impedisce che Le invii i miei saluti.
Josto Maffeo



