Siempre he creído que, más que las palabras, cuentan las intenciones con las que se pronuncian. Me acuerdo de un querido viejo amigo del que perdí las pistas: Christian, que un tiempo fue también mi médico de cabecera. Decía que le dejaran en paz, que no le tomaran el pelo, que él no era “de color”. «Mejor, dicho – matizaba – soy de un color, pero se da el caso de que este color es negro. Pues soy negro».
Viene a cuento, todo esto, de los giros que leemos en los medios cuando se quiere utilizar el eufemismo, lo políticamente correcto, para evitar definir algo que suena a siniestro o a “maldito”. Ocurre sobre todo cuando los medios se refieren a las enfermedades, a una enfermedad.
No se llama “larga enfermedad”, “grave enfermedad”, “penosa enfermedad”. Se llama cáncer y hay que decirlo así, con todas su letras. Porque para comenzar a combatir a un enemigo, lo primero que hay que hacer es definirlo. Sobre todo cuando se puede vencer. Porque hoy, hoy al cáncer a menudo se le gana la batalla.
Ho sempre creduto che, più che le parole, contano le intenzioni con cui si pronunciano. Ricordo un caro vecchio amico di cui ho perso le tracce: Christian, che un tempo fu pure il mio medico di fiducia. Diceva che lo lasciassero in pace, che non lo prendessero in giro, che lui non era “di colore”. «O meglio – precisava – io sono di un colore, ma il fatto è che questo colore è nero. Sono dunque negro».
Lo ricordo a proposito delle perifrasi che si leggono nei media quando si vuole utilizzare l’eufemismo, il politicamente corretto, per evitare di definire ciò che suona sinistro o “maledetto”. Capita soprattutto quando i media si riferiscono a malattie, a una malattia.
Non si chiama “penosa malattia”, “lunga malattia”, “grave malattia”. Si chiama cancro e si deve dire proprio così, con tutte le sue lettere. Perché per cominciare a combattere contro un nemico, la prima cosa che si deve fare è definirlo. Soprattutto quando può essere vinto. Perché oggi, oggi il cancro molto spesso finisce sconfitto.


