Nos vemos, sin fecha ni horario fijo, en algunas pantalla o sintonía radio italiana o española. Y lo mismo ocurre en medios escritos. Tengo la inmensa suerte de no depender de nadie, de no deber nada a nadie y de poder opinar libremente cuando y donde solo yo lo considere oportuno.
«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza»
«No habéis sido hechos para vivir como brutos, sino para seguir virtud y conocimiento»
Dante Alighieri, "La Divina Commedia", Inferno - canto XXVI

miércoles, 4 de mayo de 2011

(79) Obama mata a Bin Laden. ¿Dónde están los “jueces universales”, los políticos, las ONGs, los actores, los medios y periodistas “de referencia”, la intellighenzia y la sociedad civil?
Obama uccide Bin Laden. Dove stanno i “giudici universali”, i politici, le Ong, gli attori, i giornalisti e i media “di riferimento”, l’intellighenzia e la società civile?

Podría dejar sólo el titular y ya está. Pero, después del contrataque del Imperio, el silencio se está haciendo atronador. Esta es la última pregunta-reflexión después de mi ingenua carta de ayer a Barack Obama, un ejercicio retórico que, sin embargo, procede de un imperativo de mi conciencia de ciudadano demócrata y de periodista. Dicho esto, déjenme que haga otras preguntas, siempre gratuitas, retóricas, a lo mejor muy ingenuas, probablemente inútiles y, seguro, con un fondo de sana provocación.
1) ¿Se imaginan a Zapatero, o a Aznar, enviando un comando a Francia para capturar y matar al jefe de Eta del momento, a alguien directamente responsable de actos de terrorismo con un balance de cientos de muertos y heridos? ¡Ojo! Ni Francia está en guerra con España, ni Pakistán lo está con EEUU. Y todos estos países citados son estados de derecho y mantienen integra su respectiva soberanía.
2) ¿Se imaginan a Berlusconi ordenando en Albania una operación parecida, contra un jefe de una gran “cosca” mafiosa? ¿O a Sarkozy contra terroristas corsos refugiados en, por ejemplo, Túnez?
3) ¿Se imaginan lo que harían los ahora desaparecidos políticos, jueces “universales” españoles, italianos y franceses? ¿O esos numerosos medios y periodistas que suelen darnos lecciones de ética y coherencia? Los mismos que no cuestionan lo ocurrido y elogian, con palmaditas, la “coherencia” y la “justicia” de “nuestro” Barack?
¡Benditas hemerotecas!
Obama+Seals=Justice?





Potrei lasciare solo il titolo e sarebbe sufficiente. Il silencío, però, dopo il contrattacco dell'Impero, si sta facendo assordante. Questa è l’ultima domanda-riflessione dopo la mia ingenua lettera di ieri a Barack Obama, un esercizio retorico che, però, proviene da un imperativo della mia coscienza di cittadino democratico e di giornalista. Ciò detto, mi si consenta di porre altre domande, sempre gratuite, retoriche, forse ingenue, probabilmente inutili e, sicuramente, con un fondo di sana provocazione.
1) Immaginano Zapatero, o Aznar, inviando un commando in Francia per catturare e uccidere il capo dell’Eta del momento, qualcuno direttamente responsabile di atti di terrorismo con un bilancio di centinaia di morti e feriti? Occhio! Né la Francia sta in guerra con la Spagna, né il Pakistan lo è con gli Usa. Tutti questi paesi, inoltre, sono Stati di diritto e mantengono integra la rispettiva sovranità.
2) Immaginano Berlusconi che ordina in Albania una simile operazione, contro il capo di una grande cosca mafiosa? O Sarkozy contro terroristi corsi rifugiati, per esempio, in Tunisia?
3) Immaginano ciò che farebbero gli ora scomparsi politici, giudici “universali” spagnoli, italiani e francesi? O quei numerosi media e giornalisti che sono soliti darci lezioni di etica e coerenza? Gli stessi che non questionano ciò che è accaduto ed elogiano, con tanto di pacche sulle spalle a distanza, la “coerenza” e la “giustizia” del “nostro” Barack?
Benedette emeroteche!

lunes, 2 de mayo de 2011

(78) Han matado a Osama Bin Laden. Pero hacer justicia es otra cosa
Hanno ucciso Osama Bin Laden. Fare giustizia è, però, un’altra cosa





Señor presidente:
Me doy cuenta de que en estas horas estoy fuera del coro y también sé que a Usted mi opinión le importará un rábano. Pero me sale del alma decirle un rotundo “¡No!”, que extiendo a todos sus palmeros, estén donde estén.
  No tengo dudas de que Osama Bin Laden ha hecho mucho daño, ha provocado mucho sufrimiento, ha hecho verter mucha sangre inocente. Pero, señor presidente, no me ha gustado nada su afirmación de que matando a Bin Laden "se ha hecho justicia". Y menos me gusta escuchar esas palabras en boca de un Nobel por la Paz, aunque en realidad sea un Nobel político, prematuro y conseguido sólo por "méritos mediáticos".
  Claro que había que perseguir e intentar capturar a Bin Laden. Claro que era un objetivo de la justicia universal. Para detenerlo, juzgarlo, condenarlo, recluirlo en una cárcel. No para matarlo. Ni fuera de los cauces de la justicia ni tampoco por una determinación política o estratégica ajena a la imposición de una operación arriesgada, en la que podría caber la necesidad de disparar y defenderse hasta matar. Pero, repito, en cualquier caso sin vanagloriarse de que matando se ha hecho justicia.
  Me ha dado lástima ese gentío exultante, sobre todo jóvenes, que en las calles de su país celebran la muerte de Bin Laden. Pero claro, estamos hablando de una juventud que ha mamado el derecho inviolable de poseer armas, que ha visto con demasiada frecuencia eso de primero disparar y luego preguntar, que convive con el asesinato de estado, esa inhumana venganza social que es la pena de muerte.
  Con estas premisas y con esa afirmación de que se ha hecho justicia, señor presidente, no es Usted de los míos. Mejor dicho, yo no soy ni podré ser de los suyos. Y hoy me siento más europeo que nunca. Porque aquí, con todos nuestros defectos e incongruencias, algunos valores, aun sin ser unánimes, sí que están bien instalados en la conciencia común. Y el de la venganza, de la "justicia" expeditiva, no tiene carnet de residencia. Porque la vida humana siempre es inviolable y, además, porque sabemos que la muerte violenta de un ser humano siempre es un fracaso de la humanidad.
  Ya sé que estas líneas ni le importan a usted ni mueven o cambian nada. A mí sí que me preocupa que a Usted no le importe, sobre todo por el poder que Usted ejerce. Pero hay momentos en los que reconforta estar fuera del coro y siento un gran alivio reafirmando mi instalación inamovible en el disenso.
  Esto no obsta para que le envíe mis saludos.
  Atentamente.
              Josto Maffeo



Signor presidente,
  Mi rendo conto che in queste ore mi trovo fuori dal coro e so pure che a Lei la mia opinione interesserà ben poco. Sento la necessità, comunque, di dirle un secco “No!”, che estendo a chi, un po’ ovunque, La applaude.
  Non ho dubbi. Osama Bin Laden ha arrecato molto danno, ha provocato molte sofferenze, ha fatto versare molto sangue innocente. Non mi è pero piaciuta, signor presidente, la sua affermazione: uccidendo Bin Laden “si è fatta giustizia”. Meno ancora mi è piaciuto ascoltare quelle parole in bocca di un Nobel per la Pace, anche se in realtà si tratta di un Nobel prematuro e ottenuto solo per “meriti mediatici”.
  È chiaro che si doveva ricercare e tentare di catturare Bin Laden. È chiaro che si trattava di un obiettivo della giustizia universale. Per arrestarlo, giudicarlo, condannarlo e recluderlo in carcere. Non per ucciderlo. Né fuori dei margini della giustizia, né per una determinazione politica o strategica estranea alle imposizioni di un’operazione rischiosa nel corso della quale era prevedibile la necessità di sparare e difendersi fino a uccidere.  
  Ho provato pena per quella gente esultante, soprattutto giovani, che per le strade del suo paese celebrano la morte di Bin Laden. Già, ma stiamo parlando di una gioventù che è stata allattata con il diritto inviolabile di possedere armi, che ha visto con troppa frequenza che prima si spara e pois si domanda, che convive con l’assassinio di stato, quell’inumana vendetta sociale che è la pena di morte.
  Con queste premesse e con quest’affermazione che si è fatta giustizia, signor presidente, Lei non è dei miei. O meglio, io non sono e non potrò essere mai dei suoi. E oggi mi sento più europeo che mai perché qui, con tutti i nostri difetti e contraddizioni, alcuni valori, anche se non proprio unanimi, sono ben installati nella coscienza comune. E la vendetta, la “giustizia” sommaria, non ha certificato di residenza. Perché la vita umana è sempre inviolabile e, inoltre, perché sappiamo che la morte violenta di un essere umano è sempre un fallimento dell’Umanità.
  So bene che queste righe a Lei non importano e so pure che non cambieranno un bel niente. A me, invece, preoccupa che a Lei non importino, soprattutto per il potere che Lei detiene. Ci sono, però, momenti in cui conforta stare fuori dal coro e provo un grande sollievo riaffermando la mia ubicazione nel dissenso.
  Tutto ciò non impedisce che Le invii i miei saluti.
                           Josto Maffeo

Signor presidente,
  Mi rendo conto che in queste ore mi trovo fuori dal coro e so pure che a Lei la mia opinione interesserà ben poco. Sento la necessità, comunque, di dirle un secco “No!”, che estendo a chi, un po’ ovunque, La applaude.
  Non ho dubbi. Osama Bin Laden ha arrecato molto danno, ha provocato molte sofferenze, ha fatto versare molto sangue innocente. Non mi è pero piaciuta, signor presidente, la sua affermazione: uccidendo Bin Laden “si è fatta giustizia”. Meno ancora mi è piaciuto ascoltare quelle parole in bocca di un Nobel per la Pace, anche se in realtà si tratta di un Nobel prematuro e ottenuto solo per “meriti mediatici”.
  È chiaro che si doveva ricercare e tentare di catturare Bin Laden. È chiaro che si trattava di un obiettivo della giustizia universale. Per arrestarlo, giudicarlo, condannarlo e recluderlo in carcere. Non per ucciderlo. Né fuori dei margini della giustizia, né per una determinazione politica o strategica estranea alle imposizioni di un’operazione rischiosa nel corso della quale era prevedibile la necessità di sparare e difendersi fino a uccidere. 
  Ho provato pena per quella gente esultante, soprattutto giovani, che per le strade del suo paese celebrano la morte di Bin Laden. Già, ma stiamo parlando di una gioventù che è stata allattata con il diritto inviolabile di possedere armi, che ha visto con troppa frequenza che prima si spara e pois si domanda, che convive con l’assassinio di stato, quell’inumana vendetta sociale che è la pena di morte.
  Con queste premesse e con quest’affermazione che si è fatta giustizia, signor presidente, Lei non è dei miei. O meglio, io non sono e non potrò essere mai dei suoi. E oggi mi sento più europeo che mai perché qui, con tutti i nostri difetti e contraddizioni, alcuni valori, anche se non proprio unanimi, sono ben installati nella coscienza comune. E la vendetta, la “giustizia” sommaria, non ha certificato di residenza. Perché la vita umana è sempre inviolabile e, inoltre, perché sappiamo che la morte violenta di un essere umano è sempre un fallimento dell’Umanità.
  So bene che queste righe a Lei non importano e so pure che non cambieranno un bel niente. A me, invece, preoccupa che a Lei non importino, soprattutto per il potere che Lei detiene. Ci sono, però, momenti in cui conforta stare fuori dal coro e provo un grande sollievo riaffermando la mia ubicazione nel dissenso.
  Tutto ciò non impedisce che Le invii i miei saluti.
                           Josto Maffeo

domingo, 1 de mayo de 2011

(77) Ernesto Sábato ha muerto. Se ha ido un gran menudo hombre con un inmenso mundo interior
Ernesto Sábato è morto. Se n’è andato un grande piccolo uomo con un immenso mondo interiore


Ayer se nos fue Ernesto Sábato. A los 99 años, en su residencia de Santos Lugares, en la provincia de Buenos Aires, murió el pensador, el escritor, el argentino universal, el premio Cervantes por la literatura, el eterno candidato al Nobel y el autor, entre otros, de “El túnel”, “Sobre héroes y tumbas” y “Abbadón el exterminador”. Pero quien se nos ha muerto fue mucho más que eso, fue el titular de una inmensa y probablemente semidesconocida vida interior, aun cuando Sábato no fue ajeno al mundo y estuvo bien presente en y cara a la sociedad. Por ejemplo, cuando presidió la Comisión Nacional de Desaparecidos, publicó su famoso informe y retumbó ese inolvidable “¡Nunca más!” relativo a la durísima y sangrienta represión llevada a cabo en Argentina por los gobiernos de la dictadura militar.
Ernesto Sábato con Josto Maffeo (1983)  A lo largo de algo más de una década, tuve el privilegio de caer en la simpatía de Sábato, de encontrarme con él en algunas ocasiones y en todas, sobre todo en una, el escritor no quiso hacerle caso al reloj. Hablamos horas, sobre todo ese 13 de junio de 1983 en un banco del parque madrileño del Oeste. La fecha la leo en la única foto amarillenta, en blanco y negro, que lleva su firma (¡Dios mío, yo era un joven con pelo inmenso y Sábato ya residía en la venerable senectud!). Es esa la única imagen que se salvó entre las muchas perecidas en varios desastres, sobre todo informáticos.
  No voy a hacer aquí un retrato biográfico de Ernesto Sábato y de su obra. Otros lo han hecho, lo están haciendo en estas horas o lo harán con más profundidad y extensión. En este momento sólo quiero recordar al hombre que conocí y traer a la memoria nuestras charlas, debates sobre el aquí y el más allá, sobre coincidencias y lejanías en las respectivas visiones de la vida. Le recuerdo sobre todo como un conversador de difícil arranque, a lo mejor algo desconfiado, para luego soltarse pesando y pausando cada una de sus palabras, todas las frases.
  Recuerdo a un Ernesto Sábato enérgico y tierno, afectuoso y seco, cordial y retraído. Fundamentalmente, a un tímido con un inmenso mundo interior. Conocí a un hombre atormentado por la duda, siempre dispuesto a poner todo en juego y en discusión. Como lo hizo pasando a través del comunismo, que abandonó, escaldado, para abrazar el existencialismo y alternar entre la racionalidad y el misterio. Con muchísimas dudas y algunas certezas. Como esa autodefinición de anarquista que repetía, matizando: «Pero ¿quién ha dicho que un anarquista es necesariamente alguien que pone bombas?”. O la cuestión más trascendente y sus respuestas: «Sí, si insistes en la pregunta, diré que creo que Dios existe». En otro momento afirmó: «Dios existe, pero a veces duerme: sus pesadillas son nuestra existencia».
  Aquí quiero decir que, afortunadamente, sintiendo profundamente la muerte del gran escritor argentino, no hay pesadilla porque queda su obra, un largo e intenso recorrido a través de su creación y de sus ideas.
  Descansa en paz, Ernesto.



Ieri se n’è andato Ernesto Sábato. A 99 anni, nella sua residenza di Santos Lugares, nella provincia di Buenos Aires, è morto il pensatore, lo scrittore, l’argentino universale, il premio Cervantes per la letteratura, l’eterno candidato al Nobel e l’autore, tra gli altri, di “Il tunnel”, “Sopra eroi e tombe” e “Abbadón lo sterminatore”. Chi se n’è andato, in realtà, fu molto più che tutto ciò; fu il titolare di un’immensa e probabilmente semisconosciuta vita interiore, anche se Sábato non fu estraneo al mondo e fu ben presente nella società e di fronte a essa. Per esempio, quando fu presidente della Commissione Nazionale dei Desaparecidos pubblicò la famosa relazione ed echeggiò quell’indimenticabile “Mai più!” relativo alla durissima e sanguinaria repressione sferrata in Argentina dai governi della dittatura militare.
  Nel corso di più di un decennio, ebbi il privilegio di godere della simpatia di Sábato, d’incontrarlo in diverse occasioni e in tutte, soprattutto in una, lo scrittore non volle dar retta all’orologio. Parlammo per ore, in particolar modo quel 13 giugno 1983 in una panchina del parco madrileno dell’Oeste. La data la rilevo dall’unica fotografia ingiallita, in bianco e nero, che reca la sua firma (Dio mio, ero un giovane dai capelli immensi e Sábato già abitava la venerabile senilità!). È questa l’unica immagine salvata tra le molte perdute in vari disastri, soprattutto informatici.
  Non farò qui un ritratto biografico di Ernesto Sábato e della sua opera. Altri l’hanno fatto, lo stanno facendo o lo faranno con maggiore profondità ed estensione. In questo momento voglio solo ricordare l’uomo che conobbi e riportare alla memoria le nostre conversazioni, dibattiti sul qui e sull’aldilà, su coincidenze e lontananze nelle rispettive visioni della vita. Lo ricordo in particolar modo come un conversatore dal complicato avvio, forse per un’innata diffidenza, per poi sciogliersi pesando e cadenzando ciascuna delle sue parole, tutte le sue frasi.
  Ricordo un Ernesto Sábato energico e tenero, affettuoso e secco, cordiale e chiuso. Fondamentalmente, un uomo timido con un immenso mondo interiore. Conobbi un uomo tormentato dai dubbi, sempre disposto a mettere tutto in gioco e in discussione. Come lo fece passando attraverso il comunismo, che abbandonò per l’esistenzialismo e alternare tra la razionalità e il mistero. Con moltissimi dubbi e alcune certezze. Come quell’autodefinizione d’anarchico che ripeteva, puntualizzando: «Chi dice che un anarchico è necessariamente qualcuno che mette le bombe?». Oppure, la questione più trascendente e le sue risposte: «Sì, se insisti con la domanda, dirò che Dio esiste». In un altro momento affermò: «Dio esiste, ma a volte dorme. I suoi incubi sono la nostra esistenza».
  Qui voglio dire che, per fortuna, con il profondo dolore per la morte del grande scrittore argentino, non c’è incubo perché permane la sua opera, un lungo e intenso percorso attraverso la sua creazione e le sue idee.
  Riposa in pace, Ernesto.